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“Noi innocenti in carcere: non abbiamo ucciso le bimbe di Ponticelli”

Un duplice delitto che sconvolge la comunità del rione Incis, a Napoli; l’ansia di incarcerare gli ‘orchi’; tre ‘colpevoli’ incastrati senza prove scientifiche: nasce così uno dei casi più controversi della storia della cronaca nera italiana.
A cura di Angela Marino
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È possibile che un giudice possa interpretare la legge a modo suo? Può violare la legge? E se è stata violata si può ricorrere presso un altro organo giudiziario? Sto nelle vostre mani. Qui dentro vivo solo per la fiducia che ho in voi.

Immaginate di essere incarcerati per un crimine che non avete commesso. Immaginate che quel crimine sia orrendo e ignominioso. Immaginate di non riuscire in nessun modo a far valere la vostra innocenza. Forse così capirete le parole che Luigi Schiavo, uno dei tre giovani incarcerati nel 1983 per lo stupro e il duplice omicidio di Barbara Sellini (6 anni) e Nunzia Munizzi (9), indirizzò al suo legale dalla cella del carcere. La lettera, scritta durante le fasi più calde del processo che scosse la Napoli degli anni Ottanta è stata poi riportata nel libro ‘L'errore giudiziario' di Ferdinando Imposimato,  dove l'ex giudice cita la storia dei ‘ragazzi di Ponticelli' tra i tanti casi di innocenti condannati ingiustamente. Incredulo per il funzionamento del meccanismo giudiziario in cui ogni cittadino ripone cieca fiducia, sottovalutandone le avarie fisiologiche, l'operaio napoletano si rivolgeva al suo avvocato per chiedere di essere salvato. Pesante, ancor più di un'ingiusta detenzione, era ed è la macchia infamante che quel delitto ha gettato sulla sua famiglia. Nella sua semplicità, l'allora ventenne invoca non una scappatoia, un cavillo furbo per sovvertire la condanna, ma la sacrosanta applicazione della legge in un caso senza precedenti della storia giuridica e criminale italiana.

Nunzia e Barbara

Nel 1983, Nunzia e Barbara, hanno 9 e 6 anni. Sono due bambine vivaci. Nunzia, in particolare, figlia di genitori sordomuti, è molto loquace e socievole, mentre Barbara è più riservata, ma altrettanto intelligente. In un quartiere dove scarseggiano luna park e strutture di svago per bambini, il rione Incis, alla periferia di Napoli, le piccole sono solite intrattenersi nello spazio antistante il parco dove vivono, sorvegliate dai balconi. Si dirà al processo che le bambine vivessero in un ambiente ‘promiscuo', a contatto con ragazzi più grandi, gettando un'ombra insopportabile sulla loro memoria. L'ennesimo abuso di questa storia piena di ingiustizie.

Il delitto

La sera del 2 luglio 1983, equipaggiate con le loro merendine, Nunzia e Barbara si incamminano all'appuntamento con la morte. Insieme all'amica Silvana Sasso hanno in programma un picnic con un amico che chiamano Gino e anche ‘Tarzan tutte lentiggini'. All'ultimo minuto la nonna nega a Silvana il permesso di uscire e le bimbe si avviano da sole all'incontro. Vengono viste salire in una Cinquecento blu con un uomo. Sono le 19 e 30. Alle 12 dell'indomani, domenica 3 luglio 1983, qualcuno denuncia la presenza di due corpicini carbonizzati sul greto del fiume Pollena, nel Rione Incis. Comincia lì, in quella strada di periferia l'indagine farraginosa e manchevole che porterà all'arresto di Luigi Schiavo, Giuseppe La Rocca e Ciro Imperante. Vediamo come, dove e in che modo sono state raccolte le prove contro di loro.

Scena Criminis

Sul luogo del ritrovamento – immediatamente e irrimediabilmente contaminato anche dallo svolgimento, in quelle ore, di una corsa clandestina di cavalli – non vengono scattate foto degli oggetti repertati, non viene prelevato un campione di terriccio sotto i corpi per stabilire – accertamento che si rivelerà importantissimo – quale propellente fosse stato usato per accelerare la combustione dei corpi. Non vengono tratteggiati schizzi della scena. Non interviene nemmeno la Polizia Scientifica. Ci si limita a prelevare i cadaverini e portarli via.

L'autopsia: è opera di un sadico

L'autopsia svolta nelle ore successive dal dottor Alfonso Zarone evidenzia che una delle bambine, Nunzia, ha subito violenza sessuale. Quasi certamente ne è stata vittima anche Barbara, ma le ustioni su gran parte del corpo impediscono di stabilirlo. Entrambe, invece, sono morte a seguito di un fendente letale inflitto con un coltello dalla lama lunga circa 10 centimetri, del tipo a scatto, di quelli che si trovano facilmente sul mercato. Nunzia è stata colpita al cuore, Barbara a un polmone. Tutte e due hanno il corpo sfigurato dalle fiamme e da microferite inferte con la stessa arma, a piccoli colpi, sul torace, le gambe e le braccia. Tagli piccoli inflitti per tormentare, non per uccidere. L'intero quadro lesivo, secondo il patologo, indica un modus operandi sadico, riconducibile ad una sola mano.

I testimoni

Davanti agli investigatori cominciano a sfilare i testimoni. Decine, soprattutto bambini dell'età delle vittime. I piccoli, in violazione dei protocolli previsti in caso di audizione di minore, vengono ascoltati senza l'assistenza di psicologi e talvolta in assenza degli stessi genitori. Ciò produce testimonianze inquinate dall'ansia e dalla paura. Del tutto spontanea è invece la prima testimonianza di Antonella Mastrillo, compagna di giochi delle due amichette. La piccola confida a Mirella Grotta, la mamma di Barbara, di aver visto sua figlia mentre si allontanava con Nunzia. La piccola racconta di aver chiamato per nome, Nunzia, mentre camminavano. La piccola non si voltò, ma lo fece Barbara, allora Nunzia – racconta sempre Antonella – le prese la faccia tra le mani e gliela girò bruscamente in avanti. Poi camminarono verso la concessionaria dove erano parcheggiate le auto esposte e Salirono a bordo di in una Cinquecento blu con la scritta ‘Vendesi'. Un uomo aprì loro la portiera. Nei giorni successivi Antonella, pressata dalla madre, ritratta quanto ha detto alla signora Sellini. Infine costruisce una versione che ‘soddisfi' la madre e l'allora pm, Franco Roberti.

Una sinistra coincidenza

Una testimonianza alla quale non verrà dato peso è invece quella di Ernesto Anzovino, un ragazzino che bazzicava il rione e che riferisce di aver visto un ragazzo più grande chiacchierare con Nunzia e Barbara, nei giorni che precedettero l'omicidio. Il giovane parla di Vincenzo Esposito, ma sulla sua posizione non vengono condotti ulteriori accertamenti. Tre anni dopo il fratello di Ernesto Anzovino, Luigi, condannato per aver violentato e pugnalato la sorella di 18 anni, si suicida lanciandosi nel vuoto. Valeva forse la pena approfondire la posizione dell'Anzovino in quanto unico nel quartiere ad avere precedenti di reati dello stesso tipo (violenza e accoltellmento) di quelli di cui furono vittima le bimbe, ma nessuno lo fece.

La ‘prova regina'

È invece un'altra la testimonianza ‘regina', la più inquietante di tutto il caso. Carmine Mastrillo, fratello maggiore di Antonella, la bimba che vide per ultima Nunzia e Barbara, viene più volte interrogato in caserma. Carmine non ha una gamba, cammina solo grazie alle stampelle, la sua menomazione lo ha reso un giovane dal temperamento instabile. Sebbene avesse dichiarato sin dall'inizio di non sapere nulla, quando gli interrogatori si fanno più duri il ragazzo comincia a parlare. Lo fa con ‘l'aiuto' di un compagno di cella, il pentito Mario Incarnato, lo stesso che accusò Enzo Tortora. L'ex boss della Nuova Camorra Organizzata, condannato per l'omicidio del vice direttore del carcere di Poggioreale, Giuseppe Salvia, ‘ottiene' dal giovane tre nomi. È così che che, i primi di settembre 1983, il procuratore subentrato da pochi giorni a Franco Roberti, Arcibaldo Miller accusa formalmente Ciro Imperante, Luigi Schiavo e Giuseppe La Rocca del duplice omicidio. Contro di loro niente non ci sono prove scientifiche, né testimonianze dirette, ma una confessione de relato estorta da un uomo di camorra che aveva interesse a fare la sua parte nella collaborazione con lo Stato. Una confessione estorta, è appena il caso di dirlo, raramente viene considerata valida.

Conti che non tornano

Mastrillo dà la sua (inverosimile) versione: quel sabato 2 luglio i tre si sarebbero presentati all'Eco Club di Volla, un circolo più che una discoteca, a pochi chilometri dal rione Incis, dove Mastrillo faceva da Dj. Lì, tra drink e musica i ragazzi gli avrebbero confessato spontaneamente il delitto appena arrivati, alle 20 e 30: un'ora e mezza dopo la sparizione delle piccole. Orologio e mappe alla mano, appare a dir poco impensabile che i tre possano aver rapito, stuprato, seviziato e ucciso due bambine e che ne abbiano dato alle fiamme i corpi, scaricandoli in strada, in poco meno di un'ora avendo, in più, anche il tempo di lavarsi, ripulire l'auto. Per la corte, invece, andò proprio così, tanto che nessuno si chiese perché tre assassini avessero prodotto un testimone senza che ciò fosse necessario ai loro piani criminali.

L'arma del delitto

Nessuno dei tre, peraltro, possedeva, all'epoca, una Cinquecento blu. L'unica auto a disposizione era la 127 bianca di proprietà di Giuseppe La Rocca, insufficiente, comunque, a trasportare tre adulti e due corpicini grondanti sangue senza lasciare traccia. Nell'auto viene rilevata una piccola goccia di sangue del gruppo di Barbara. Peccato fosse lo stesso del La Rocca. Introvabile anche l'arma del delitto, che secondo il supertestimone ‘Mastrillo' sarebbe stato un ferro da carpentiere trovato sul posto, mentre per il medico che eseguì l'autopsia, come abbiamo visto, un coltello a scatto. Chi dei due sbaglia?

Metodi discutibili

Sempre dalla bocca del Mastrillo esce l'ultima accusa: i tre assassini sarebbero stati aiutati dal fratello di Giuseppe La Rocca, Salvatore, che li avrebbe raggiunti portando la tanica di benzina per incendiare i corpi. Una versione che avrebbe potuto facilmente essere verificata eseguendo un un test scientifico per identificare il combustibile che innescò l'incendio, ma come detto, non venne eseguito. Resta quindi la parola di Salvatore La Rocca, fratello dell'accusato e a sua volta accusato di favoreggiamento. Il ragazzo nega – conferma – ritratta – conferma. Quanto abbiano pesato le pressioni, le minacce di arresto o di essere ‘gettato in un pozzo', quanto c'entri la famosa ‘stanza delle torture' alla caserma Pastrengo è una considerazione che va fatta attentamente, così come quella che riguarda gli alibi dei tre ragazzi, che non furono neanche presi in esame.

L'epilogo

Eccoci all'epilogo. È sufficiente, si chiedeva Lo Schiavo e ci chiediamo oggi, una confessione de relato da parte di un testimone influenzabile e influenzato, a condannare tre persone? In molti casi, castelli accusatori più solidi, ma inficiati dall'imperizia tecnica di chi condusse le indagini, hanno portato all'assoluzione. In questo caso, a fronte di un quadro probatorio confuso e inconsistente è stata pronunciata una condanna definiva di ergastolo, stroncando tre vite. Non è In dubio pro reo il principio che governa il diritto?

I ragazzi di Ponticelli, oggi padri di famiglia nonostante il carcere, continuano a gridare giustizia. Hanno chiesto la revisione del giudizio nel 2013, il caso è stato riaperto grazie al lavoro dei consulenti di parte, l'ex giudice Ferdinando Imposimato, l'avvocato Francesco Stefani, la criminologa Luisa D'Aniello e l'investigatore, Giacomo Morandi, ma senza risultati. Oggi chi si occupa di questo caso unico nella storia della nera si prepara a riaprire la battaglia. Dimostrare un errore giudiziario non è impossibile, ma potrebbe essere più difficile ora che i reperti sui quali si poteva rilevare il DNA sono stati distrutti.

Senza informare nessuno.

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Giornalista dal 2012, scrittrice. Per Fanpage.it mi occupo di cronaca nera nazionale. Ho lavorato al Corriere del Mezzogiorno e in alcuni quotidiani online occupandomi sempre di cronaca. Nel 2014, per Round Robin editore ho scritto il libro reportage sulle ecomafie, ‘C’era una volta il re Fiamma’.
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