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Omicidio Chiara Poggi: il delitto di Garlasco

La lunga memoria dei legali dei Poggi: “Suggestioni prive di fondamento, Sempio dato in pasto ai media”

Sulla riapertura del caso del delitto di Garlasco per i legali della famiglia Poggi c’è un “insistito tentativo del condannato (Stasi) di provare ad individuare – con ogni mezzo – un responsabile ‘alternativo’ e di consegnarlo in pasto al circuito mediatico”.
A cura di Giorgia Venturini
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"Si cerca con ogni mezzo, un responsabile ‘alternativo' da dare in pasto al circuito mediatico". Lo riportano i legali della famiglia di Chiara Poggi, Gian Luigi Tizzoni e Francesco Compagna, in una memoria presentata al giudice per le indagini preliminari di Pavia. I legali, Gian Luigi Tizzoni (che assiste la madre e il padre di Chiara) e Francesco Compagna (che rappresenta il fratello Marco), tengono a precisare che la "generica evocazione di una ‘compatibilità' del profilo" oggetto delle "27 analisi effettuate in sede peritale" con "quello dell'attuale indagato", Andrea Sempio, "non modifica in alcun modo il quadro probatorio, a maggior ragione in assenza di qualsiasi contatto fra l'assassino e le unghie della vittima". La famiglia Poggi infatti non ci sta all'apertura di un "terzo procedimento penale nei confronti di Andrea Sempio sulla base di elementi probatori introdotti dalla difesa del condannato".

E invece dopo 18 anni dal delitto il caso è stato riaperto. La Procura di Pavia ha iscritto per la seconda volta nel registro degli indagati Andrea Sempio, di cui un fascicolo su di lui era stato già archiviato nel 2017. Ora invece il giudice per le indagini preliminari Daniela Garlaschelli ha dato il via libera per effettuare l'incidente probatorio richiesto alla Procura: nell'udienza del 9 aprile verrà incaricato ufficialmente il genetista Emiliano Giardina, già noto per aver seguito il caso di Yara Gambirasio. Per la famiglia di Chiara Poggi c'è già un condannato: è Alberto Stasi che tra poco finirà di scontare la sua pena di 16 anni di carcere. Per i legali Tizzoni e Compagna c'è un "insistito tentativo del condannato" Stasi "di provare ad individuare – con ogni mezzo – un responsabile ‘alternativo' e di consegnarlo in pasto al circuito mediatico".

In sette pagine i legali della famiglia Poggi ripercorrono la sentenza che ha portato alla condanna in via definitiva: "Dispiace allora dover rilevare, a fronte di argomentazioni così chiare e precise, che il trascorrere del tempo ha invece consentito la reiterazione e la diffusione mediatica di ipotesi e di suggestioni del tutto prive di fondamento, a dispetto degli ulteriori, numerosi provvedimenti nel frattempo succedutisi al riguardo con il defaticante coinvolgimento dei più vari organi giurisdizionali".

I legali tornano a parlare delle impronte di scarpe sul tappetino del bagno e del fatto che Stasi non fu condannato per quelle impronte: il "tema della ‘taglia' delle scarpe" di Alberto Stasi non ha assunto "alcun rilievo decisivo nel giudizio" a suo carico, "se non in ragione dell'anomalo svolgimento degli accertamenti volti all'acquisizione delle biciclette e delle scarpe". E lo stesso Stasi, poi, aveva anche scarpe di taglia 43 e "superiore". Secondo la sentenza della Cassazione invece che ha accolto la richiesta di riapertura delle indagini dei pm, il "dato nuovo" starebbe in quell'altra consulenza della difesa di Stasi sulla ormai nota impronta delle scarpe "a pallini" sul tappetino del bagno. In questo modo la difesa del condannato – secondo i legali della famiglia Poggi – avrebbero puntato a contestare un precedente accertamento da cui risultò che era di una "taglia 42 marca Frau". Ma lo stesso Stasi aveva anche "scarpe di marca Frau taglia 43", come dimostrato già nelle indagini del 2007.

Sono altri per i legali della Poggi gli elementi che avrebbero portato alla condanna per Stasi: dalla "mancata menzione della bicicletta nera da donna", alla presenza del Dna della vittima sui pedali, alla "scoperta dell'operazione di montaggio e smontaggio" dei pedali, fino alla "palese falsità" del suo racconto sulla scoperta del corpo e alla "impossibilità di attraversare" la scena del crimine "senza lasciare tracce" di sangue "sulle suole" e sui "tappetini" della sua auto.

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