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Giovani e femminicidi: perché è ora di dirci che abbiamo un problema enorme

Dopo gli omicidi di Sara Campanella e Ilaria Sula una riflessione è d’obbligo: pochi casi non bastano a identificare un pattern o lanciare un allarme, ma è chiaro che sta succedendo qualcosa di grave nei rapporti fra giovani donne e giovani uomini.
A cura di Jennifer Guerra
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Nel giro di poche ore, l’Italia è rimasta sconvolta dalla notizia di due femminicidi di due studentesse universitarie: Sara Campanella, uccisa per strada a Messina e per il cui omicidio è indagato un compagno di corso che l’avrebbe perseguitata per due anni, Stefano Argentino, e Ilaria Sula, il cui corpo è stato ritrovato in una valigia fuori Roma. L’ex fidanzato Mark Antony Samson ha confessato di essere l’autore del delitto. Campanella e Sula avevano la stessa età, 22 anni, e i loro presunti assassini sono poco più grandi: 27 per Argentino e 23 per Samson.

La questione anagrafica in questi casi è importante da sottolineare. Negli ultimi anni, l’età media delle vittime di femminicidio si sta alzando, anche perché finalmente si cominciano a riconoscere come tali gli omicidi di donne anziane, spesso malate, che per tanto tempo sono stati interpretati come “gesti dettati dalla disperazione”, se non addirittura “dalla compassione” dei mariti. Ma dall’altra parte, ci sono stati anche diversi femminicidi che hanno coinvolto uomini giovani, se non giovanissimi: Filippo Turetta, che aveva 22 anni quando accoltellò Giulia Cecchettin, sua coetanea; il diciasettenne di Viadana che uccise Maria Campai nel garage di casa sua; Jashan Deep Badhan, diciannovenne che accoltellò la vicina di casa Sara Centelleghe, di 18 anni; il quindicenne arrestato per aver gettato dal balcone una tredicenne a Piacenza. E ora gli arresti di Argentino e Samson.

Pochi casi non bastano a identificare un pattern o lanciare un allarme, ma è chiaro che sta succedendo qualcosa di grave nei rapporti fra giovani donne e giovani uomini. Non sono solo i casi di femminicidio a dircelo, anche perché l’assassinio è solo la punta dell’iceberg della violenza di genere. Secondo il Servizio Analisi Criminale della Direzione centrale della Polizia criminale, nel 65% dei casi di violenza sessuale registrati nel 2023, gli autori noti avevano tra i 14 e i 34 anni; il 27% tra i 14 e i 17. Un rapporto del 2024 di Save The Children evidenzia come tra gli adolescenti ci sia una propensione al controllo all’interno delle relazioni, specie attraverso i social, e che persistono stereotipi radicati. Chi si occupa di violenza di genere e ne va a parlare nelle scuole riferisce una sorta di regresso, o la percezione di un divario tra le opinioni delle ragazze – sempre più consapevoli e informate – e quelle dei ragazzi – che sono sempre più ostili e vanno subito sulla difensiva.

Una parte di responsabilità va ascritta alla cronica assenza di educazione sessuale e affettiva a scuola, in uno dei pochi Paesi rimasti in Europa a non prevederla nel calendario scolastico. Dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin, il ministro dell’Istruzione Valditara aveva lanciato il progetto “Educare alle relazioni”, mal concepito ma comunque mai avviato, e molto osteggiato dal fronte anti-gender che lo reputa una forma di indottrinamento. Ma la prevenzione, su cui comunque non si investe abbastanza, è un contenitore che può essere riempito di tante cose diverse, ed è qui che sta la parte più difficile di questa responsabilità.

La prevenzione che abbiamo conosciuto da quando il nostro Paese ha firmato il primo piano anti-violenza nel lontano 2013 è quella delle panchine rosse, degli inviti a chiamare il 1522, dei “Denunciate!” e dei “Se ti picchia non è amore”. Messaggi che sono serviti senz’altro a creare consapevolezza del fenomeno della violenza di genere, ma che forse meritano di essere rivisti o superati. Non solo perché il messaggio è arrivato soprattutto alle donne (che in effetti sono più propense a rivolgersi alle forze dell’ordine o ai centri antiviolenza) e quindi ha mancato il vero obiettivo della sensibilizzazione – cioè gli uomini – ma anche perché non dice quasi nulla a questa nuova generazione di possibili vittime e possibili autori di violenza.

I femminicidi di Campanella e Sula, così come quello di Giulia Cecchettin, hanno coinvolto giovani donne brillanti, in procinto di realizzarsi dal punto di vista accademico e professionale. A togliere loro il futuro ci sono uomini quasi loro coetanei, incapaci di accettare forse non tanto “la fine della relazione”, come amano scrivere i giornali, ma l’idea che queste donne potevano vivere la loro vita senza di loro. I dettagli dei casi di questi giorni devono ancora essere chiariti, ma il processo nei confronti di Filippo Turetta ha illustrato perfettamente questo schema: da un lato una giovane donna che vuole soltanto fare le sue cose, dall’altro un giovane uomo incastrato in un vortice di autocommiserazione, risentimento e infine violenza.

Un segno rosso in faccia o uno slogan alla “Se dice no è no” non riusciranno ad arrivare alle radici più profonde di questo divario, che va oltre la questione delle relazioni romantiche e sessuali. Lo vediamo anche nella politica: uno studio durato venti anni e condotto in venti Paesi, fra cui l’Italia, ha mostrato che le donne giovani hanno opinioni sempre più progressiste e aperte al mondo, mentre i loro coetanei maschi sono sempre più conservatori e reazionari.

Questo pattern non è tanto diverso dal centinaio di femminicidi che si consuma ogni anno in Italia, dove il gesto arriva quasi sempre dopo una separazione o nel momento in cui diventa chiaro che la donna si è rifatta una vita che non prevede il coinvolgimento dell’ex partner. Gli ingredienti sono sempre gli stessi perché il patriarcato è sempre lo stesso, ma nei casi che vedono autori così giovani c’è qualcosa che il nostro Paese non ha gli strumenti per affrontare o che fa finta di non vedere. Qualcuno la chiama “crisi del maschio” o “male loneliness epidemic” (epidemia di solitudine maschile), anche se espressioni come queste rischiano di essere autoassolutorie. Qualcuno ci sta già facendo i conti: nel Regno Unito, dove il fenomeno è stato ben raccontato dalla serie Adolescence, la polizia ha cominciato a trattare i casi di “misoginia estrema” come se fossero casi di terrorismo, in cui si riconosce che l’autore ha subìto un vero e proprio processo di radicalizzazione.

La radicalizzazione, di qualsiasi natura, avviene quando un soggetto trova un’ideologia che non solo conferma la sua visione del mondo, ma che sembra spiegare ogni cosa che gli accade nella vita. Finché non si arriva al tipping point, il punto di svolta, un fatto spiacevole che scatena la reazione violenta, come essere lasciati o rifiutati da una ragazza che non è vista come una compagna o una pari, e forse nemmeno tanto come un oggetto, ma come un premio, come qualcosa di dovuto. Come il sorriso che Stefano Argentino avrebbe preteso da una ragazza che aveva paura di lui, che non gli aveva mai dato alcuna attenzione, che lo chiamava “il malato”. Questo messaggio è pervasivo, specie online, dove i guru della mascolinità costruiscono la loro fama rimarcando proprio il fatto che il mondo è ingiusto per gli uomini e che se vogliono qualcosa se lo devono guadagnare da soli. E soli rimangono: Turetta, Argentino, persino Jamie di Adolescence che non sa nemmeno descrivere cos’è l’amicizia, pur avendo in apparenza una vita sociale.

Di fronte all’innalzamento delle età delle vittime di femminicidio, qualcuno tirava un amaro sospiro di sollievo: la violenza di genere è un vecchio retaggio culturale, le nuove generazioni sono la speranza. Purtroppo non è così. E per intercettarle dobbiamo avere il coraggio di abbandonare i vecchi codici e simboli e trovare nuove parole.

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Jennifer Guerra è nata nel 1995 in provincia di Brescia e oggi vive in provincia di Treviso. Giornalista professionista, i suoi scritti sono apparsi su L’Espresso, Sette, La Stampa e The Vision, dove ha lavorato come redattrice. Per questa testata ha curato anche il podcast a tema femminista AntiCorpi. Si interessa di tematiche di genere, femminismi e diritti LGBTQ+. Per Edizioni Tlon ha scritto Il corpo elettrico. Il desiderio nel femminismo che verrà (2020) e per Bompiani Il capitale amoroso. Manifesto per un Eros politico e rivoluzionario (2021). È una grande appassionata di Ernest Hemingway.
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