Ha fatto il giro del web la notizia che a Codroipo, in provincia di Udine, è stato approvato un emendamento che elimina “qualunque riferimento a culture di provenienza, anche per i materiali ludico-didattico”. Tra gli oggetti incriminati che sono saltati maggiormente all’occhio non ci sono solo strumenti musicali “etnici” (ad esempio percussioni come il djembe), ma soprattutto bambolotti con la pelle scura.
Un passo indietro anni luce che punterebbe ad un’educazione ricordante quella che si auto-definiva “ariana”: tutti perfetti e in buona salute, magari biondi, di certo non extracomunitari. L’annullamento di qualsiasi arricchimento ricavabile da culture diverse da quella di origine o da esperienze di vita lontane dalle nostre, ma non per questo meno interessanti.
Curiosa la scusa dei votanti dell’emendamento, fatto per “prevenire, ridurre e contrastare il rischio di emarginazione ed esclusione tra i bambini”. Come se educare alla diversità non sia la via migliore per abbattere muri e costruire ponti. Come se un bimbo di quattro anni sia in grado di assimilarla, quella diversità, al punto da farne una leva per ferire i propri coetanei innalzandosi su di loro in base ad un mero passaporto.
Di questo passo, finiremo con il veder bandite anche quelle bambole che negli ultimi anni – direi fortunatamente – stanno trovando un loro spazio nel mercato: le bambole con disabilità. Sempre più frequente, infatti, è l’inserimento nelle scuole di bambolotti con sindrome di Down, con qualche arto in meno, con impianti cocleari in testa o, magari, con fiammanti carrozzine (intese come sedie a rotelle) o deambulatori come accessori.
In un Paese dove, nonostante la nostra cultura ritenuta tanto civile, si continua ad utilizzare le differenze come offesa, anche quelle inerenti alla disabilità (“Sei proprio un mongoloide!”, “Spastico di merda!”, “Ma che sei handicappato??”), un emendamento simile equivale alla madre che, in spiaggia, prende per mano il figlio piccolo che mi si era avvicinato con curiosità e lo trascina, nemmeno tanto delicatamente, lontano da me, dalla mia carrozzina e dalla mia diversità. Magari, sussurrando un chiaro “Non guardare”.
Ecco, sì, chi sostiene un emendamento simile non fa che alimentare gesti come questo: chiudere a chiave portoni, precludendo occasioni di crescita e di sviluppo, di messa in discussione e possibilità. Chi sta dalla parte di una tale censura, oggi più che mai, compie un attentato all’umanità intera, e anziché tutelare i futuri cittadini del mondo li rende eterni schiavi dei pregiudizi. Ma d’altronde, l’avevano annunciato da tempo: “è finita la pacchia”, non si gioca più.