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Omicidio Sara Campanella

Dal pensiero ossessivo all’omicidio, così Stefano Argentino mostra il comportamento di uno stalker

Sembrerebbe una vera e propria persecuzione quella che Sara Campanella ha dovuto subire negli ultimi due anni di vita e che ha portato alla sua morte. Quando l’altro diventa oggetto del desiderio, dell’ossessione, oggetto e basta.
A cura di Margherita Carlini
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Sara Campanella e Stefano Argentino
Sara Campanella e Stefano Argentino
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Sara Campanella è stata uccisa a 22 anni, con un colpo alla gola, da una persona che era ossessionata da lei.

Sara, originaria di Misilmeri (Palermo), frequentava l’Università a Messina e lunedì 31 marzo nei pressi del Policlinico Stefano Argentino, 27 anni, collega di studi, l’avrebbe seguita per percorrere con lei un breve tratto di strada. In quel breve tratto Sara e il ragazzo avrebbero avuto una veloce discussione e quindi lui l’avrebbe colpita con un coltello che aveva portato con sé. Due colpi, uno a una scapola e l’altro alla gola, sferrati senza pietà, in rapida sequenza, davanti a chi ha dovuto assistere inerme mentre Sara chiedeva aiuto. Persone, anche compagni di corso della ragazza, che sono poi risultate fondamentali per l’individuazione di Argentino, il quale, dopo aver colpito a morte Sara, si sarebbe diretto a Noto, suo paese natale, dove gli inquirenti lo hanno successivamente rintracciato.

Dagli elementi emersi finora sembrerebbe che Sara conoscesse il suo assassino, un ragazzo che da circa due anni le “rivolgeva attenzioni”. Attenzioni moleste, che Sara non gradiva, che anzi forse, la spaventavano. Tanto che la ragazza ne aveva parlato, seppur con toni non allarmanti, con alcune amiche. Una di loro, in un’occasione, sarebbe dovuta intervenire a tutela di Sara per allontanare il ragazzo. Il giorno in cui è stata uccisa, dopo le lezioni, due amiche di Sara sarebbero state fermate da Argentino che la cercava. Poco dopo Sara aveva inviato un vocale alle sue amiche “dove siete che sono con il malato che mi segue?”.

Sembrerebbe una vera e propria persecuzione quella che Sara ha dovuto subire negli ultimi due anni di vita e che ha portato alla sua morte.

Una morte “difficilissima da prevedere”, è stato detto in conferenza stampa. Ma è davvero così? Quanto sappiamo del cosiddetto stalking, e soprattutto del significato che l’azione persecutoria sottende e di conseguenza dei rischi correlati?

L’attenzione mediatica e degli studiosi viene attirata da questo tipo di comportamento a partire dagli agiti persecutori posti in essere a danno dei personaggi famosi. VIP le cui vite venivano letteralmente stravolte dalle molestie, dai pedinamenti, dai ripetuti tentativi di stabilire un contatto posti in essere da ostinati fan. Persecuzioni queste che in alcuni casi celebri hanno avuto anche esiti letali. Oggi quando parliamo di stalking siamo portati a far riferimento a dinamiche di controllo che vengono perpetrate da un ex partner a danno dell’altra, per lo più al termine di una relazione maltrattante.

Esistono in realtà differenti tipologie di stalker che possono avere tra loro caratteristiche (anche in termini di funzionamenti patologici o meno) diversi e possono porre in essere molestie assillanti con modalità ed esiti differenti. Ma ogni volta che un comportamento persecutorio viene agito, lo scopo di chi lo pone in essere è quello di esercitare un controllo sulla persona offesa, attraverso l’imposizione di contatti e comunicazioni che non sono graditi e che anzi il più delle volte spaventano chi li subisce, ma servono a chi li agisce per mantenere un contatto che altrimenti verrebbe meno.

Nella maggior parte dei casi il persecutore viene descritto come una persona con un funzionamento complessivamente buono, che però risulta particolarmente sensibile al rifiuto (che viene spesso vissuto come negazione di sé) e alla perdita.

Ecco che l’attività persecutoria serve a mantenere un canale comunicativo e di condizionamento (controllo) nei confronti di un’altra persona rispetto alla quale si sviluppa un’intensa polarizzazione ideo affettiva. L’altro diventa oggetto del desiderio, dell’ossessione, oggetto e basta. Un oggetto che posso controllare e del quale devo disporre. Del quale non posso privarmi, al quale non è concesso sottrarsi.

La difficoltà nella rilevazione del rischio correlato, per chi subisce le molestie assillanti è data dal fatto che molto spesso i comportamenti agiti non sono palesemente lesivi. Se è vero che uno stalker può arrivare ad aggredire e ad uccidere la sua vittima è altrettanto vero che nei primi momenti la persecuzione viene posta in essere con agiti che possono sembrare “normali”, accettabili o quantomeno tollerabili. Pensiamo ad esempio all’invio di messaggi (il cui contenuto non sia molesto o minaccioso), all’invito a prendere un caffè, all’invio di doni. Ciò che può darci un’indicazione del rischio è l’escalation di tali condotte, sia in termini di frequenza con le quali vengono poste in essere (di solito si va da azioni sporadiche ad azioni che possono diventare quotidiane) e la persistenza, anche in termini di incapacità dello stalker di decodificare i messaggi di rifiuto.

Questo è probabilmente ciò che ha vissuto Sara Campanella, che può essersi ritrovata, nei primi periodi a dover far fronte alle attenzioni, non corrisposte, di un ragazzo che frequentava la sua stessa università, attenzioni che con il passare del tempo sembrerebbero essere diventate sempre più invasive e limitanti (senza mai degenerare in un’aggressione esplicita), fino a spaventarla (il giorno in cui è stata uccisa cerca il soccorso delle amiche perché lui la segue). Fino a far decidere, a chi l’ha uccisa, di uscire con un coltello per imporre così, la sua volontà.

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Sono Psicologa Clinica, Psicoterapeuta e Criminologa Forense. Esperta di Psicologia Giuridica, Investigativa e Criminale. Esperta in violenza di genere, valutazione del rischio di recidiva e di escalation dei comportamenti maltrattanti e persecutori e di strutturazione di piani di protezione. Formatrice a livello nazionale.
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