
Il governo italiano l’ha fatto di nuovo: ha taciuto di fronte alla repressione dei diritti della comunità LGBTQ+ del suo alleato Viktor Orbán in Ungheria. Ieri oltre 20 ambasciate europee hanno diramato un comunicato congiunto per condannare la recente decisione del parlamento ungherese di bandire la marcia del Pride, in quella che considerano una violazione dei diritti umani, della libertà di associazione e di espressione. Tra i firmatari non figura il nostro Paese.
Non è la prima volta che Giorgia Meloni si astiene dal condannare le politiche governo ungherese in materia di diritti civili: nel 2023, l’Italia non fu tra i 15 Paesi che, insieme al Parlamento europeo e alla Commissione Ue, fecero causa all’Ungheria alla Corte europea di giustizia dopo l’approvazione della cosiddetta “legge contro la propaganda gay” nel 2021. La norma prevede la censura di tutte le rappresentazioni dell’omosessualità e del transgenderismo nei materiali destinati ai minori paragonandole alla pedofilia e ricalcando una legge in vigore in Russia da oltre dieci anni che ha aperto la strada alla censura di qualsiasi forma di rappresentazione, anche destinata agli adulti. Anche l’ultima legge contro i Pride è stata varata nel nome del “corretto sviluppo fisico, mentale e morale” dei bambini. Nel 2024 l’Italia rifiutò di firmare una lettera di condanna dell’ambasciatore statunitense in Ungheria e sottoscritta da ben 37 Paesi, che parlava di una “persecuzione politicamente motivata degli individui LGBTQ+ e delle loro famiglie” nel Paese.
D’altronde Meloni e Orbán su questi temi sono molto allineati, specie a livello europeo. A maggio dello scorso anno, l’Italia non ha approvato una dichiarazione del Consiglio dell’Unione Europea sulla promozione di politiche di uguaglianza e rispetto dei diritti umani per i membri della comunità LGBTQ+, insieme a sette Paesi: Romania, Bulgaria, Croazia, Lituania, Lettonia, Repubblica Ceca e Slovacchia e, appunto, Ungheria. Il diniego italiano, come aveva spiegato la ministra della Natalità Eugenia Roccella, era motivato dal fatto che la dichiarazione “ricalcava il ddl Zan”, il disegno di legge sull’omofobia affossato nel 2021, ed era troppo “sbilanciato sull’identità di genere”.
Proprio intorno alla questione dell’“ideologia gender” l’Ungheria ha basato le sue ultime decisioni in materia di diritti negli ultimi anni, fra cui spicca quella di non ratificare la Convenzione di Istanbul sul contrasto alla violenza contro le donne, perché a detta del governo di Orbán, promuoverebbe appunto “il gender”. Nel 2021, in un’intervista, Meloni prese le difese della contestata legge ungherese sulla propaganda gay dicendo proprio che si trattava di fatto “di una legge che vieta la propaganda gender nelle scuole, fatta da associazioni che non sono inserite formalmente nel sistema di formazione ungherese”. La questione del “gender delle scuole” è uno dei grandi cavalli di battaglia di Fratelli d’Italia, appoggiata proprio dalla rete delle associazioni anti-gender nostrane che oggi plaudono apertamente il divieto del Pride a Budapest.
Come è stato sottolineato più volte in questi giorni, anche dalla stessa Commissione europea, il no al Pride non è soltanto un attacco alla comunità LGBTQ+ in quanto tale, ma anche una minaccia alla democrazia perché impone, di fatto, un limite alla libertà di associazione e di protesta. Il divieto infatti è stato inserito come emendamento alla legge sul diritto di assemblea e prevede, oltre a multe per chi organizza e partecipa alla marcia, anche l’introduzione di software di riconoscimento facciale per identificare i manifestanti. Ma anche su questo l’Italia avrà poco da ridire, visto che col dissenso il nostro governo ha dimostrato di avere qualche problema. Il ddl Sicurezza, in discussione in questi giorni al Senato, rischia di porre limiti significativi alla libertà di protesta, anche pacifica.
Meloni ha elogiato più volte l’operato di Orbán e definito l’Ungheria “un modello”. Ma almeno su una questione potrà rallegrarsi di aver raggiunto, anzi superato, il tanto ammirato paradigma: secondo l’ultimo Rainbow Index di ILGA, la rete delle associazioni europee LGBTQ+, in tema di diritti arcobaleno l’Italia è messa ancora peggio dell’Ungheria: dall’alleato della premier ci distaccano ben sette punti di vantaggio. Speriamo che questo importante traguardo basti a scoraggiare l’Italia dall’emulare l’iniziativa ungherese sui Pride, magari con un bell’emendamento proprio al ddl Sicurezza.
