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Marco Cappato andrà a processo per suicidio assistito, imputazione coatta nel caso Massimiliano

Marco Cappato, Felicetta Maltese e Chiara Lalli si erano autodenunciati per aver aiutato Massimiliano Scalas a morire portandolo in Svizzera, nel 2022. La Corte costituzionale era intervenuta chiarendo chi ha accesso al suicidio assistito, e la procura di Firenze aveva chiesto l’archiviazione. Ma la gip ha ignorato la richiesta e disposto l’imputazione coatta.
A cura di Luca Pons
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La giudice per le indagini preliminari di Firenze Agnese di Girolamo ha respinto la richiesta della procura di archiviare le indagini su Marco Cappato, Felicetta Maltese e Chiara Lalli, e ha disposto l'imputazione coatta. I tre andranno a processo per aver aiutato Massimiliano Scalas, 44enne malati di sclerosi multipla, a morire in Svizzera nel 2022. Rischiano una condanna da 5 a 12 anni di carcere.

Nel caso era stata chiamata in causa anche la Corte costituzionale, che aveva stabilito con più precisione in quali casi dovrebbe essere consentito accedere al suicidio assistito – ed era tornata a chiedere che il Parlamento varasse una legge sul tema.

Cappato: "Pronti a prenderci le nostre responsabilità"

Cappato ha commentato: "La nostra è stata disobbedienza civile. Ci eravamo autodenunciati perché eravamo, e siamo, pronti ad assumerci le nostre responsabilità, nel pieno rispetto delle decisioni della magistratura, e nella totale inerzia del Parlamento. Continueremo la nostra azione fino a quando non sarà pienamente garantito il diritto alla libertà di scelta fino alla fine della vita".

Filomena Gallo, avvocata e segretaria nazionale dell'associazione Luca Coscioni, ha spiegato che la gip ha disposto l'imputazione coatta perché "a suo avviso non risulta che Massimiliano fosse dipendente da un trattamento di sostegno vitale, nemmeno secondo l'interpretazione estensiva della Corte". La sentenza della Consulta, arrivata la scorsa estate, aveva infatti stabilito che sono da considerare "trattamenti di sostegno vitale" tutte quelle pratiche senza le quali il paziente morirebbe in poco tempo, a prescindere da quanto siano complesse o invasive.

Il caso Massimiliano dall'inizio

Il caso giudiziario finora è stato piuttosto intricato, nonostante sia arrivato solo alla fase delle indagini preliminari. Nel 2022 Cappato, Maltese e Lalli si erano autodenunciati dopo aver accompagnato Scalas in Svizzera. È la stessa prassi che in passato ha portato a importanti passi avanti sul tema del suicidio assistito, come la sentenza della Corte costituzionale del 2019 (sul caso di dj Fabo), che di fatto ha fissato i paletti per accedere alla misura senza essere puniti dalla legge in Italia. A ottobre del 2023, la procura di Firenze aveva chiesto l'archiviazione.

Poi però la gip di Firenze aveva portato il caso davanti alla Corte costituzionale, ponendo una questione specifica: non è incostituzionale che sia obbligatorio, per accedere al suicidio assistito, essere dipendenti da trattamenti di sostegno vitale? Non è discriminatorio nei confronti delle persone gravemente malate e incurabili che però, almeno per il momento, non hanno bisogno di questi trattamenti?

La sentenza della Corte costituzionale e perché la giudice ha deciso l'imputazione coatta

La Corte ha risposto di no, dando torto alla giudice. Nella sentenza dello scorso anno, i giudici costituzionali hanno stabilito che non è discriminatorio fissare questo paletto. Tuttavia, hanno anche chiarito che per "trattamento di sostegno vitale" si può intendere qualunque procedura senza cui la persona malata morirebbe in breve tempo. Non è necessario che si tratti di procedure particolarmente invasive.

Oggi, quindi, la gip ha preso atto di questa sentenza e ha respinto la richiesta di archiviazione. La giudice ritiene che Scalas non fosse dipendente da un trattamento di sostegno vitale: ha scritto nell'ordinanza che per rientrare in questa definizione servirebbero trattamenti la cui "omissione o interruzione determinerebbe prevedibilmente la morte in un breve lasso di tempo". Dunque, poiché la Consulta ha chiarito che in questi casi il reato è punibile, bisogna procedere con l'imputazione e il processo.

La procura, invece, aveva chiesto l'archiviazione perché le azioni di Cappato (che aveva messo in contatto Scalas con una clinica e aveva pagato il noleggio di un furgone) e di Lalli e Maltese (che lo avevano fisicamente accompagnato in Svizzera) non erano direttamente coinvolte nell'operazione medica del suicidio assistito. Ma la giudice non ha concordato con questa interpretazione.

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