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MSF a Fanpage: “Mentre Trump sogna i grattacieli, Gaza è distrutta e la sanità al collasso”

Mentre Donald Trump immagina una Gaza prospera sotto il suo controllo, la realtà sul campo è tragica. Il sistema sanitario è al collasso, gli ospedali sono in rovina e la popolazione affronta una catastrofe quotidiana. MSF sottolinea a Fanpage.it l’urgenza di un intervento internazionale per garantire la sopravvivenza e la pace, chiedendo aiuti concreti e un cessate il fuoco duraturo.
Intervista a Maurizio Debanne
Portavoce di Medici Senza Frontiere
A cura di Francesca Moriero
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Mercoledì 26 febbraio, il presidente statunitense Donald Trump ha pubblicato sui social un video realizzato con l'intelligenza artificiale in cui immagina un futuro luccicante per la Striscia di Gaza, nel caso in cui gli Stati Uniti dovessero prenderne il controllo. Questa proposta, che Trump ha lanciato più volte, solleva interrogativi su come verrebbero trattati i palestinesi e la loro terra. Nel video, la devastazione della Striscia, dove la maggior parte degli edifici è stata distrutta dai bombardamenti israeliani, viene trasformata in un futuro scintillante di grattacieli, discoteche, cieli da cui piovono banconote, bambini che tengono in mano palloncini con il volto di Trump e una gigantesca statua d'oro del presidente. Nonostante le forti critiche generate dal video, è fondamentale focalizzarsi sulla realtà di Gaza oggi, come spiega a Fanpage.it Maurizio Debanne, portavoce di Medici Senza Frontiere (MSF), che mette in evidenza una situazione ben diversa rispetto a quella immaginata da Trump. Mentre il presidente degli Stati Uniti, infatti, immagina un futuro artificiale per Gaza, in cui la popolazione palestinese sembra sparire del tutto, la realtà sul campo racconta tutt'altro. A Gaza, chi è sopravvissuto ai bombardamenti affronta ogni giorno una catastrofe umanitaria. Come spiega Maurizio Debanne, il problema non è costruire grattacieli o attrarre investimenti, ma garantire la sopravvivenza della popolazione: "Quello che vediamo a Gaza oggi è qualcosa di completamente diverso rispetto al video di Trump".

La catastrofe sanitaria a Gaza: un sistema sanitario al collasso

"Ciò che vediamo a Gaza è invece una catastrofe umanitaria e un sistema sanitario che non funziona", afferma Debanne a Fanpage.it: "Ancora due terzi degli ospedali sono fuori uso. Ci piacerebbe che il dibattito a livello internazionale fosse su come portare gli aiuti, come fare funzionare il sistema sanitario, piuttosto che immaginare scenari utopici". La situazione sanitaria è drammatica: dei trentasei ospedali che prima della guerra funzionavano nella Striscia, due terzi sono fuori servizio, e quelli che rimangono sono solo parzialmente operativi. "Con la notizia del cessate il fuoco, la situazione è migliorata solo in parte, il numero dei camion con gli aiuti umanitari è certamente aumentato ma resta solo una parte della questione", continua Debanne. "La vera sfida è come questi aiuti vengono distribuiti una volta entrati nella Striscia". Il ritorno dei rifugiati palestinesi al nord di Gaza ha messo in evidenza poi l'entità della devastazione: "Si vede questo flusso infinito di persone che si stanno rispostando verso il nord, di ritorno a casa, ma ciò che trovano, arrivati lì, è una situazione surreale: macerie, niente più case, solo distruzione. Gaza è stata rasa al suolo, e gli aiuti devono essere distribuiti anche al nord, non solo al sud".

Numeri e testimonianze dalla Striscia

"Per dare qualche dato relativo al nord", spiega Debanne, "ci sono solo sei posti in terapia intensiva, mentre prima del conflitto ce n'erano 150. I posti letto disponibili sono inoltre passati da duemila a soli 350. Gaza, prima del 7 ottobre, era un luogo dove il sistema sanitario, pur con limitazioni, funzionava. Ora è in uno stato di collasso completo". A testimoniare questa situazione, il ritorno degli operatori di MSF all'Indonesian Hospital a Beit Lahia, nel nord di Gaza, ospedale in cui hanno trovato macchinari medici completamente distrutti: "Quando si spaccano gli ecografi con le canne di fucili, è chiaro che si tratta di una scelta deliberata per rendere quel sistema sanitario non più funzionante", spiega Debanne. "Oggi poi le patologie trascurate sono moltissime, dalle ferite di guerra alle malattie croniche come il diabete. L'assistenza primaria è venuta meno". In una clinica nel nord di Gaza, MSF sta registrando una media di 1.230 consultazioni al giorno, a fronte di un numero ridotto di strutture funzionanti: "Restando nella Striscia, abbiamo circa mille persone di staff, di cui 900 colleghi e colleghe palestinesi, il resto è lo staff internazionale. Ma il futuro è incerto, dato che la tregua regge solo fintanto che le parti vogliono mantenerla", conclude il portavoce di MSF.

Indonesian HospitalCredit: Msf
Indonesian Hospital
Credit: Msf

La Cisgiordania e la violenza sistematica

MSF è attiva anche in Cisgiordania, dove la situazione non è certo meno preoccupante: "A inizio febbraio abbiamo lanciato il rapporto ‘Violenze e cure negate', che racconta quanto accaduto in un anno di conflitto, durante il quale l'esercito e i coloni israeliani hanno ostacolato l'assistenza sanitaria anche in West Bank", afferma Debanne. "Ambulanze bloccate, operatori sanitari detenuti o feriti, strutture mediche danneggiate: la situazione è peggiorata anche e soprattutto dopo il cessate il fuoco. La violenza dei coloni e l'espansione degli insediamenti hanno reso molti palestinesi vulnerabili e spaventati di muoversi". MSF chiede da tempo a Israele di porre fine alle violenze contro gli operatori sanitari, i pazienti e le strutture sanitarie, e di non ostacolare il lavoro dei medici che sono impegnati a salvare vite: "In Cisgiordania, molte persone sono rimaste isolate, e il personale sanitario è costantemente sotto attacco", prosegue Debanne. "Abbiamo bisogno che le violenze contro gli operatori sanitari cessino".

Il diritto di restare: il desiderio di pace e il futuro di Gaza

Uno dei messaggi più forti che arriva da Gaza riguarda la volontà dei palestinesi di restare nella propria terra, nonostante la devastazione: "Abbiamo 900 colleghi palestinesi a Gaza, che prima della guerra vivevano in diverse aree della Striscia. Molti di loro lavoravano al nord, dove avevamo una clinica per ustionati e protesi. Durante il conflitto, alcuni sono rimasti, non volevano lasciare la propria terra. Altri sono invece andati al sud e hanno continuato a lavorare nei nostri ospedali da campo", racconta Debanne. "Quando i colleghi sono tornati al nord dopo oltre 400 giorni, hanno ritrovato le loro case distrutte, ma non hanno mai perso la speranza: il racconto che ci hanno portato è che quella è la loro terra, quella è casa loro, e vogliono ricominciare a vivere lì", afferma Debanne. "Le parole che ci hanno detto, dopo il cessate il fuoco, sono state: ‘Vogliamo la pace, vogliamo la tranquillità, vogliamo un futuro', questo è ciò che dobbiamo ascoltare: la voce di chi abita la propria terra". Come sottolinea Debanne, "ora non possiamo permetterci di fare un passo troppo avanti. Bisogna concentrarci sul rendere il cessate il fuoco duraturo e permanente, senza abbassare la guardia. La tregua è ancora incerta, e dobbiamo lavorare per costruire un futuro di pace in Medio Oriente, dove la comunità internazionale possa realmente agire in favore della popolazione di Gaza".

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