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Il Grande Torino continua ad atterrare in briciole tutti i giorni. Nonostante Superga

Che la squadra più forte del mondo debba morire di ritorno da una partita internazionale e finisca a giocare le sue partite nello stadio dell’Olimpo è la fotografia di quelli che, come noi tifosi granata, sono abituati a sfiorare il cielo con il dito e poi essere ricacciati dentro al loro nodo in gola.
A cura di Giulio Cavalli
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Quando mi chiedono perché tifo Toro di solito rispondo che è perché non voglio darla vinta al destino. Si diventa tifosi del Torino se si impara a dare del tu alla memoria, senza dargliela vinta, convinti che davvero l'epica non stia nella sconfitta o nella vittoria, che il cuore non batta solo per un gol di vantaggio e che il campo di calcio sia il rettangolo dove passa solo una striscia di una storia molto più larga, che fa il giro del mondo. Insomma, tifo Torino perché credo che il Grande Torino, quella mitica squadra che provò a portarsi il pallone sulla vetta del mondo e poi si schiantò il 4 maggio del 1949  sulla Basilica di Superga, continui ad atterrare in briciole tutti i giorni e io non voglio perdermene nessuna.

La vicenda la riportano tutte le cronache e ogni anniversario, come oggi, la memoria si ripete; ma la memoria c'è chi la commemora e basta e c'è chi invece non riesce mica a scrollarsela di dosso. Ci sono nonni che hanno pianto il Grande Torino per la ferocia del destino che ogni volta scioglie le ali a chi si vuole avvicinare troppo agli dei, ci sono i loro figli che hanno deciso di tifare Toro per fottere il destino che ha sconfitto il Torino mica sul campo ma con lo schianto e con le fiamme e poi ci sono i figli dei figli, come noi, che tifano Torino con la gelosia con cui si custodisce la spada che passa di padre in figlio. Deve essere quella stessa gelosia lì.

Non è rassicurante che il Torino vinca, non dipende dall'acquisto dell'ultimo campione: essere un tifoso granata significa ringraziare tutte le mattine il dio del pallone solo per il fatto che il Torino esista; che esista e sia stato così; che si porti sulla maglia (e sulla pelle dei suoi giocatori migliori) un granata che, anche se da lontano potrebbe sembrare sangue rappreso, è il colore del sole ostinatamente acceso, che si rifiuta di sorgere e tramontare, e rimane piantato a brillare serrando i denti.

Che la squadra più forte del mondo debba morire di ritorno da una partita internazionale e finisca a giocare le sue partite nello stadio dell'Olimpo è la fotografia di quelli che, come noi tifosi granata, sono abituati a sfiorare il cielo con il dito per poi essere ricacciati dentro al loro nodo in gola. Ci sono quelli che giocano a calcio e ci sono quelli che scrivono leggende che si piantano sul dischetto del centrocampo e resistono per secoli. Anche se l'arbitro fischia, se quasi tutto il pubblico se n'è andato, se hanno smontato cartelloni e spento i fari, noi siamo lì. Non tifiamo Torino: cerchiamo di essere all'altezza della leggenda che ci hanno lasciato in custodia. Custodiamo un grande vecchio cuore granata.

Quando mi chiedono perché tifo Toro ogni tanto rispondo di provare ad andare a Superga, il 4 maggio. Nessun'altra curva riesce a cantare un silenzio che faccia tremare così le gambe.

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Autore, attore, scrittore, politicamente attivo. Racconto storie, sul palcoscenico, su carte e su schermo e cerco di tenere allenato il muscolo della curiosità. Collaboro dal 2013 con Fanpage.it, curando le rubriche "Le uova nel paniere" e "L'eroe del giorno" e realizzando il format video "RadioMafiopoli". Quando alcuni mafiosi mi hanno dato dello “scassaminchia” ho deciso di aggiungerlo alle referenze.
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